Storie militari di gente comune

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I bambini e le mucche

di Stefano Pettini

Visto da lassù il panorama era suggestivo. Montagne altissime con le cime innevate facevano da sfondo e giù in basso il terreno andava addolcendosi fino a trasformarsi in una larga pianura punteggiata da mille riflessi della luce del sole. Seduto sul crinale di una collina, sapevo che quello che stavo ammirando non era il bel suolo italico ma la martoriata terra del Kosovo e sapevo anche fin troppo bene che quei mille riflessi erano i crateri ricolmi di acqua piovana di quelle bombe che non avevano lasciato in piedi una singola casa. Ma era domenica e non volevo pensarci. Avevo un programma da svolgere che mi lasciava il tempo solo per una breve sosta. Quindi, bando alle amarezze.

Un mezzo blindato norvegese aveva accidentalmente tranciato un cavo della linea aerea di alimentazione elettrica, isolando una ampia area rurale e nessuno sembrava avere il tempo per porvi rimedio. Il problema in sé non era insuperabile, ma la vera difficoltà consisteva nel fatto che gli abitanti di quella zona appartenevano a una etnia diversa da quelle con le quali eravamo già entrati in contatto e non c’era nessun interprete in grado di garantire una traduzione fedele, costringendoci a spiegazioni a gesti con l’unico risultato di vedere gli onnipresenti bambini sganasciarsi dalle risate.

A metà mattina il primo guasto era stato riparato, ma era subito apparso chiaro che lungo la linea che attraversava i campi in direzione delle colline doveva essersi verificata qualche altra interruzione e non c’era altra soluzione che incamminarsi lungo uno stretto stradino che veniva usato per portare il bestiame al pascolo e che sembrava seguire lo stesso percorso di quella lunga teoria di pali che sostenevano precariamente i deboli fili elettrici, che per ragioni di economia erano di alluminio anziché di rame.

Uno dei motivi che mi spingevano a passare le mie domeniche libere a svolgere questi piccoli lavori “fuori ordinanza” erano i bambini. I piccoli diavoletti avevano imparato a riconoscere a chilometri di distanza la nostra “mimetica” e ovunque andassimo se ne materializzavano dal nulla decine di tutte le età, che seguivano ogni nostra mossa con gli occhi sgranati nella segreta speranza di vederci prima o poi mettere le mani in tasca per cavarne quei tesori a loro sconosciuti: dolciumi e merendine.

Quella mattina però ero rimasto deluso. I bambini si erano allontanati e la gente sembrava non aver capito la mia intenzione di voler proseguire altrove le mie ricerche nonostante avessi fatto intendere a gesti che sarei tornato ed ero sorpreso dal modo quasi ostile con il quale avevano cercato di trattenermi anche se tutto sommato li capivo: la loro vita in quella fase del dopoguerra era quanto mai precaria e noi rappresentavamo l’unico barlume di speranza.

Le case mano a mano che salivo si confondevano sempre più nel paesaggio e da lassù non riuscivo a scorgere anima viva. L’unico bambino che avevo incontrato stava riportando tre vacche magre e malconce al villaggio e inspiegabilmente anche lui, invece del solito sorriso, aveva preso a urlarmi contro allontanandosi rapidamente. Non ci capivo niente, ma fra non molto avrei finito anche l’ultimo collegamento e sarei potuto tornare indietro a fare le ultime verifiche.

Il versante opposto delle colline aveva un aspetto decisamente migliore e mentre scendevo cominciavo già a sentire in lontananza il vociare familiare dei diavoletti. I campi erano verdi e quindi coltivati e facevano un bel contrasto con quella landa desolata che avevo appena attraversato. Ora dovevo raggiungere e superare un lungo steccato e poi sarei arrivato a un altro villaggio dove avevo appuntamento per il rientro.

Potevo vedere i bambini in lontananza tutti aggrappati alla staccionata. Erano apparsi dal nulla e sembravano più urlanti che mai, ma il fatto insolito era che anche gli adulti sembravano agitati più del dovuto. Guardando meglio la staccionata, non aveva il solito aspetto malconcio e sembrava decorata da un lungo festone arancione al quale erano fissate delle banderuole rosse triangolari … la scritta che recavano in tre lingue era eloquente “MINE”.

Tutti i tasselli erano tornati al loro posto, avevo trascorso tutta la mattinata in un campo potenzialmente minato non bonificato e mentre aspettavo la Land Rover per il rientro avevo tutto il tempo per meditare sul significato di quelle parole che gli istruttori durante il corso di preparazione per le missioni fuori area ci avevano più volte ripetuto e che ora apparivano piene di significato: “Se vi trovate in una zona che non conoscete guardate sempre quello che fanno i bambini e non lasciate mai i sentieri tracciati dalle mucche”.

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