Storie militari di gente comune

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Nemo propheta in patria

di Stefano Pettini

Da un po’di giorni gli specialisti del genio militare inglese erano al lavoro per preparare una nuova avio superficie in uno spazio attiguo alla zona logistica dove avevano deciso di trasferire il nucleo di volo composto da quattro elicotteri, preferendolo a quello precedente, dislocato lungo un raccordo presidiato dalle truppe russe. Di lì a pochi giorni sarebbero arrivati gli specialisti della Royal Air Force per smontare le due grandi rimesse dove venivano ricoverati i mezzi per la manutenzione e le avrebbero rimontate nella nuova sede.

Gli inglesi erano rimasti mortalmente offesi quando al momento di occupare il Kosovo il generale russo, giocando d’anticipo, aveva occupato un’ampia area dell’aeroporto di Pristina che comprendeva anche il mitico deposito ricavato dai militari serbi all’interno della montagna e questo aveva fin dall’inizio della missione condizionato i buoni rapporti fra i due contingenti.

Si favoleggiava che nel bunker, collegato direttamente alla pista di volo con due larghi raccordi, oltre agli aerei militari vi avessero trovato rifugio alcuni ricchi serbi con ingenti tesori trafugati durante la ritirata. Ma l’intera zona era fortemente presidiata dai russi e le uniche notizie, che i militari di Sua Maestà avrebbero tanto voluto verificare, venivano dai kosovari che erano stati costretti a lavorarci.

Il tempo passava in fretta, ma quando lo speciale team della RAF arrivò tutto era pronto per il trasferimento. Era una bellezza vederli lavorare. In poco tempo le coperture erano state rimosse e le lunghe capriate del tetto erano state allineate a terra pronte per essere smontate fino all’ultimo bullone e riposte nelle casse numerate. Gli inglesi erano fatti così, anche se dovevano rimontare il tutto a non più di due chilometri di distanza seguivano la procedura come se dovessero rimpatriare.

In quei giorni anche noi avevamo ospiti. Un impianto radar doveva far ritorno in Italia e per il trasporto erano arrivati alcuni camion con il pianale che avrebbero formato un convoglio che attraversando la Macedonia si sarebbe infine imbarcato a Salonicco. Uno degli autisti era un aiutante anziano che parlava con la tipica cadenza della nobiltà napoletana ed era irresistibilmente innamorato del suo lavoro e dei suoi mezzi che conosceva come fossero figli suoi. Passavamo spesso il tempo insieme andando a vedere i progressi dei colleghi inglesi con i quali ci scambiavamo sfottò sui rispettivi modi di lavorare. Noi ridevamo facendo commenti sul tempo che avrebbero potuto risparmiare evitando di smontare tutto. Loro sulle nostre tecniche tutte speciali per faticare di meno.

Mancavano pochi giorni alle prime elezioni dopo la fine della guerra e da voci di corridoio avevamo saputo che sarebbe arrivato un nucleo di rinforzo di fanteria meccanizzata di Sua Maestà. Era uno spettacolo da non perdere perché gli inglesi erano molto teatrali in queste loro azioni e facevano di tutto per ostentare la loro presenza a beneficio dei russi, che certamente ne seguivano le mosse dalle loro postazioni. Accordi preliminari prevedevano che alcune aree presidiate dai russi fossero interdette al passaggio dei mezzi militari inglesi e questi ultimi erano sottoposti ad estenuanti controlli, anche quelle rare volte in cui avevano ottenuto un permesso straordinario come nel caso degli specialisti della RAF. Noi italiani invece, a parte il famoso bunker, potevamo avanti e indietro liberamente.

I presupposti per un incidente diplomatico c’erano tutti e l’occasione adatta la fornirono proprio gli ultimi arrivati: i ragazzi della fanteria meccanizzata. Si presentarono senza alcun preavviso, in pompa magna e con le bandiere al vento, andandosi a piazzare in prossimità del loro vecchio eliporto ancora fervente di lavori per il trasferimento oramai prossimo. Non si erano curati più di tanto delle segnalazioni provenienti dal posto di guardia russo e le avevano ignorate pensando che a cose fatte non sarebbero stati troppo fiscali sul fatto che fossero privi delle necessarie autorizzazioni. Le ore successive avrebbero dimostrato il contrario. Annunciati dal tipico e sinistro sferragliare quattro carri armati con le insegne in cirillico, si posizionarono rapidamente in modo da controllare l’intera area con i cannoni rivolti inequivocabilmente verso gli intrusi, coinvolgendo in questa azione anche gli incolpevoli e increduli tecnici della RAF.

L’atmosfera che si era creata nel campo era surreale. Ufficialmente il comando italiano non era stato messo a conoscenza della questione in corso e quindi le attività continuavano a svolgersi in modo normale, anche se l’imbarazzo degli inglesi era evidente. L’area critica costituiva un percorso obbligato anche per il raggiungimento delle aree di nostra competenza e in mancanza di comunicazioni ufficiali decidemmo di presentarci al punto di controllo come se niente fosse successo. Scoprimmo subito che nei nostri confronti non era cambiato nulla: eravamo liberi di passare esattamente come prima e quindi eravamo anche i soli a poter fungere da collegamento fra i reclusi e l’esterno.

Avevamo come dotazione di servizio un mezzo speciale che riscuoteva ovunque andassimo l’incondizionata ammirazione di tutti ed era perfettamente adatto alla missione che avevamo deciso di intraprendere: un Fiat Fiorino con la vistosa scritta KFOR stampata sui lati. Certo, non era come la stragrande maggioranza dei mezzi delle altre forze armate, ma a nessuno veniva in mente di ispezionarlo. Mai la nostra attività di collegamento fra zona logistica e zona operativa era stata così frenetica, ma il nostro andirivieni era ben motivato e a ogni nostro passaggio il numero degli specialisti inglesi intrappolati diminuiva.

La nostra attività clandestina aveva avuto un tale successo che decidemmo, con il mio amico napoletano, di tentare il colpaccio proponendo agli amici della RAF di provare a caricare le capriate dei capannoni sul pianale del camion destinato al radar senza smontarle. Se ci fossimo riusciti, si sarebbe potuto evitare più della metà del lavoro e avremmo risolto anche il problema dei tempi prestabiliti, che con quella situazione di stallo rischiavano di protrarsi in modo indefinito. Nonostante le perplessità dovute al fatto che il carico fuoriusciva posteriormente di alcuni metri e di tutte le possibili conseguenze che potevano scaturire da questa iniziativa non ufficiale, decidemmo che valeva la pena rischiare. In fondo non stavamo violando alcuna disposizione e da parte del contingente russo, dopo quella presa di posizione, non era giunta alcuna altra comunicazione.

Era uno ben strano convoglio quello che vedeva il minuscolo Fiorino precedere il lunghissimo pianale con il suo carico eccezionale, ma oramai il dado era tratto e dovevamo ostentare la massima disinvoltura nell’approssimarci al punto di controllo russo, sperando che tutto andasse bene. In realtà le nostre manovre non dovevano essere passate inosservate perché anziché trovare la solita guardia, ci stavano aspettando parecchi militari e cominciavo a temere che non avessero gradito il nostro tentativo informale di allentare quello stato di tensione che si protraeva oramai da alcuni giorni.

Mi sbagliavo. Il comandante russo, riconoscibilissimo per via del suo enorme copricapo, esaminò la situazione dall’interno della macchina con le insegne di comando e fece un cenno ai suoi che immediatamente si ritirarono. Il momento peggiore era passato. Con pochi viaggi trasferimmo tutto il materiale nella nuova destinazione e i lavori furono in breve completati. Ufficialmente non era successo nulla. Le elezioni si erano tenute senza incidenti e una mattina scoprimmo che i carri armati erano di nuovo rientrati nel cuore della montagna.

Gli inglesi erano di poche parole, ma il loro comandante ne spese alcune per ringraziarmi, in occasione di un incontro casuale e mi raccontò del grave imbarazzo in cui si era trovato a causa dell’iniziativa dei suoi colleghi della fanteria, i quali fra l’altro, approfittando della nebbia mattutina, se ne erano andati insalutati ospiti. Era contento che tutto si fosse risolto senza conseguenze anche grazie al nostro intervento e il suo riconoscimento mi dava una sensazione piacevole. Anche il comandante russo, durante un successivo incontro occasionale, mi strinse la mano e mi rivolse alcune parole che, accompagnate da un largo sorriso, dovevano essere di cordiale simpatia, aggiungendo così soddisfazione a soddisfazione.

Il mio periodo di missione volgeva al termine ed era arrivato il giorno che tutti aspettavano: quello della consegna delle medaglie di partecipazione. Questo atto formale e conclusivo precedeva di poco il momento del rimpatrio e aveva per noi dell’Aeronautica militare un significato speciale perché, provenendo ognuno da un reparto diverso, segnava anche il momento della separazione da tutti quei colleghi con i quali avevamo condiviso quell’esperienza e che probabilmente non avremmo più incontrato.

Il semplice protocollo prevedeva che il comandante ci riunisse tutti in una grande sala e durante una cerimonia sobria ma toccante, consegnandoci medaglia e diploma, rivolgesse un piccolo discorso di commiato a ognuno di noi. Provavo un certo imbarazzo al pensiero che certamente, quando fosse arrivato il mio turno, avrebbe voluto anche lui sottolineare pubblicamente il suo personale apprezzamento per il mio contributo “fuori ordinanza” ed ero emozionato e teso mentre mi appendeva sull’uniforme la decorazione. Il momento tanto atteso era arrivato. Eravamo uno di fronte all’altro rigidi sulla posizione del saluto militare quando prima di cominciare il breve discorso, guardandomi dritto negli occhi mi bisbigliò: “Lei che incarico aveva esattamente, maresciallo?”

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