Storie militari di gente comune

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L’acqua di Lourdes

di Dario Temperino

Nella nostra guarnigione il più delle volte l’acqua galleggiava su colibatteri, anticrittogamici, solfati e salati di ferro, mercurio in tracce, nonché coli fecali e altri simili elementi, tutti rigorosamente naturali, ma che imponevano l’uso di acque minerali per affogare l’arsura, mentre nelle cucine si cominciava fin dalle prime luci dell’alba a bollire i pentoloni. Dario, soprannominato ‘Pesce d’acqua di fuoco’ era - per definizione e sua natura - quello che correva i rischi minori, ma Roccomaria, il capocalotta*, era un convinto astemio.

Egli faceva un consumo spropositato di acqua. Ne aveva dappertutto: sul comodino, sulla scrivania dell’ufficio e di casa, in automobile. Aveva promulgato una sorta di editto ad uso dei membri della Calotta, per cui i subalterni nei rispettivi alloggi e posti di lavoro dovevano avere sempre per lui della buona (e possibilmente fresca) acqua minerale. La sua inestinguibile sete doveva, tuttavia, fare i conti con le scorte del Circolo Ufficiali che, un giorno perché non era arrivata la macchina di servizio, l’altro perché non era arrivato il fornitore, oppure il cameriere non aveva avuto tempo, spesso languivano in un desolato mare di bottiglie vuote.

“Zanframundo, portami un bicchiere d’acqua minerale”. “Gasata o naturale, signor tenente?” “Gasata, grazie”. Poco dopo: “Signor tenente, l’acqua gasata è finita”. “Ho capito, portami un bicchiere d’acqua naturale”. “Anche l’acqua naturale è finita”. Roccomaria imperturbabilmente rassegnato: “Va bene. Portami un bicchiere d’acqua di Lourdes”. E l’acqua di Lourdes divenne uno dei misteri della guarnigione: Tenente, ma lei ha davvero l’acqua di Lourdes?” “Certamente, signora, me la porta mamma Cecchina. Cinque litri alla volta”. “Potrei averne un po’ anch’io?” “Ma senz’altro. Zanframundo, servi alla signora un bicchiere d’acqua di Lourdes”.

La moglie del colonnello comandante, detto ‘Bocca dai lunghi capelli’ per l’enorme paio di baffi che esibiva sotto all’imponente naso, protese due dita della curata manina, immergendone la punta nel prezioso liquido che le era stato presentato. Si segnò devotamente prima di berne un avido sorso, sotto l’impietoso sguardo del malefico subalterno. L’indomani davanti ad un paonazzo comandante e alla presenza dell’imbarazzatissimo quanto esterrefatto comandante di squadrone, un capocalotta dall’atteggiamento apparentemente contrito incassava la cascata di contumelie che la beffa meritava.

Fuori dall’ufficio l’attendeva, scuro in volto, l’aiutante maggiore che, nel porgergli la busta gialla degli ‘arresti’, gli chiese: “Ma cos’è quest’acqua di Lourdes?” “L’acqua del rubinetto” spiegò senza esitazione un tranquillissimo Roccomaria. “Ma, allora, perché hai detto che era acqua di Lourdes?” “Vedi, caro Dario, con tutta la schifezza che c’è sciolta dentro, è un miracolo che qui si sia ancora tutti vivi. E tu quante acque miracolose conosci?” Da quel giorno, con buona pace della ‘colonnella’, in guarnigione, quando ci si riferiva all’acqua del rubinetto, tutti presero a dire ‘Acqua di Lourdes’. Perfino ‘Bocca dai lunghi capelli’ cui, in fondo, una moglie bigotta andava un po’ stretta.

(*) Calotta, l’insieme dei tenenti e sottotenenti di un reparto. Il capocalotta è il tenente più anziano.

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