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| Storie militari di gente comune | |
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Gli ufficiali di cavalleria si distinguono dai colleghi delle altre armi per tratto, signorilità ed eleganza, ma tra essi vi è una categoria che per antica tradizione subisce una repentina mutazione quando entra nel maneggio: sono gli istruttori di equitazione.
Il signorile ufficiale-dottor Jeckyll si avvia con il sorriso sulle labbra e il frustino sotto braccio verso il maneggio. Il suo aspetto promana calma e autorevolezza. Il tintinnare degli speroni sui lucidissimi stivali accompagna l’incedere vagamente dinoccolato, ma sicuro, che ispira fiducia e ammirazione. Il sorriso a fior di labbra denota la superiorità morale dell’uomo al quale nulla può fare impressione. Ma ecco che supera il portone del maneggio, si ferma, lo chiude con gesto sicuro, si volta e … non è più lui. L’ufficiale-Mister Hyde ha gli occhi iniettati di sangue, digrigna i denti come un lupo inferocito, tutto il suo essere vibra di collera e di energia mal repressa, la mano tremante fa oscillare una lunga frusta miracolosamente comparsa nelle sue mani … e inizia l’ora di equitazione. Così apparve a noi, giovanissimi allievi, il capitano Xxx, ufficiale di Genova Cavalleria e istruttore di equitazione all’Accademia militare di Modena. Chi come me non aveva mai praticato l’equitazione riteneva, meschino, che la lezione fosse di tutto relax. In fondo, si pensava, staremo seduti e la fatica la farà tutta lui, la gran bestia stupida che io certo dominerò tirando le redini e dando di tacco come John Wayne faceva nei film di John Ford. Non avevamo minimamente idea di quanto ci sbagliassimo. La lezione cominciò con un po’ di teoria: cos’era un cavallo (facile). Com’era fatto (ancora facile). Come salire a cavallo in appoggio (un po’ meno facile). Come si chiamavano i vari finimenti: staffe, redini, sella, staffile, sottopancia, ecc. Come stare a cavallo. Braccia, mani, dita, schiena, gambe, talloni, pianta dei piedi, dovevano assumere una ben precisa posizione (assetto) per guidare il destriero senza impacciarlo nei movimenti secondo i dettami della scuola italiana inaugurata dal grande Federico Caprilli, ovviamente ufficiale di cavalleria, a fine Ottocento. Finita la lezioncina un ordine perentorio del capitano risuonò nel grandissimo capannone dal soffitto a volta e dal pavimento ricoperto di pula: “Ai cavalli!”. Questi ultimi erano fin dall’inizio allineati in riga di fronte a noi, tenuti a posto con salda presa delle redini da piccoli e vigorosi palafrenieri sardi e maremmani. I cavalli sembravano tranquilli e semiaddormentati ma all’urlo del capitano drizzarono il collo massiccio, le orecchie e le code scattarono verso l’alto mentre un fremito percorreva i dorsi come una scarica di elettricità. L’aspetto non era affatto rassicurante. Quello assegnatomi si chiamava Uzzano, era nero come la pece, alto come un monumento e mentre con passo incerto mi avvicinavo vidi che tentava di mordere il soldato che, senza scomporsi, lo teneva ben saldo sotto la barbozza. La mia testa, sono alto un metro e ottanta, sfiorava la groppa della bestiaccia: Uzzano era veramente imponente. Un altro ordine detonò nell’aere: “In appoggio!!”. Significava che, prese le redini dalle mani del palafreniere, il cavallo diventava tutto nostro, dovevamo appoggiarci sul suo collo e con agile balzo, tendendo le braccia, staccarci dal suolo e ciondolare a gambe perfettamente tese e unite dalla parte sinistra del quadrupede. E la lezione divenne farsa. Molti, sprofondando nella morbida pula, non riuscivano a issarsi sul cavallo e davano sonore panciate sull’ampio ventre dell’animale ricadendo a terra paonazzi dalla vergogna e dalla fatica. Altri, ed io tra questi, riuscirono a raggiungere la posizione prevista, ma ebbero appena il tempo di compiacersi di ciò che il cavallo cominciò a trotterellare per il maneggio, portando in giro gli angosciati allievi come sacchi di patate. Altri cavalli riuscirono addirittura a strappare le redini dalle mani dei cadetti e cominciarono a correre e scalciare emettendo terrificanti peti. Insomma il maneggio divenne una bolgia tremenda e tra grida, nitriti e peti equini, si sentivano a malapena le urla del nostro terribile capitano. Bene o male, con tante urla, parolacce e soprattutto con l’aiuto dei piccoli e sghignazzanti palafrenieri, lentamente tornò l’ordine. Tutti ci ritrovammo a cavalcioni di uno dei più belli e intelligenti animali del creato, qualità che, vi assicuro, in quel momento riuscivamo ad apprezzare molto poco. A quel punto un altro grido vibrò nell’aere “Passooo!” e i cavalli, senza alcun aiuto da parte nostra, partirono al passo come automi, mettendosi perfettamente in fila da veri soldati disciplinati quali in realtà erano. Respirammo, stava facendo tutto il cavallo e ci limitavamo a sedere dondolando con le ginocchia ben strette, le reni all’indietro, i talloni bassi e le piante dei piedi ruotate verso l’esterno come ci aveva insegnato l’istruttore. Ma la pace durò poco, molto poco. Avevamo fatto solo pochi metri che dal centro del maneggio il capitano, cessando per un attimo di coprirci di guano con colorite espressioni, raccolse la lunga frusta e comincio a rotearla sopra la testa come Orlando a Roncisvalle la sua fedele Durlindana. Il sibilo acutissimo dell’aria lacerata fece appena in tempo a colpirci i timpani che successe l’inverosimile. I cavalli scattarono in corse frenetiche in tutte le direzioni in un improvviso e del tutto inatteso rodeo casereccio. Scalciando, impennandosi e, naturalmente, scorreggiando come dannati, galopparono sfrenati mentre allievi completamente annichiliti si piantavano con la testa nella pula o volteggiavano nell’aria fino a schiantarsi al suolo o, a mo’ di manifesto, contro le pareti del maneggio. Fu una Caporetto, una totale débacle. Grazie a Dio la lezione finì. Pesti, doloranti, con pula e paglia infilate fin nelle mutande, ci allineammo ai bordi del maneggio e il capo plotone presentò la forza al capitano. Questi, ormai pago di sudore, adrenalina e fantasiosi improperi, aveva di nuovo assunto aspetto umano e ci mise in libertà. Tutti tirammo un profondissimo sospiro di sollievo. Il cuore stava tornando lentamente alla frequenza normale. Era fatta. Ma una frase del capitano ci fece gelare il sangue nelle vene. “Allievi, arrivederci a domani per la seconda lezione. Oggi tutto relax. Domani cominceremo a lavorare sul serio”.
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