Storie militari di gente comune

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Mamma Cecchina

di Dario Temperino

Quante volte un visitatore nel percorrere i lunghi interminabili viali della nostra guarnigione avrà visto una bici arrancare e magari chiesto: "Chi è quella vecchietta?" per sentirsi rispondere: "E' mamma Cecchina", risposta naturale e conclusiva perché era logico che tutti conoscessero quella donna e il tono della risposta non lasciava spazio a repliche.

Personaggi importanti, famosi per la loro pignoleria, non avevano avuto niente da ridire davanti a tanta sicurezza, anzi avevano assentito come si fa quando si vuol dare a intendere di saperla lunga su un argomento invece perfettamente sconosciuto.

Ma chi é, anzi chi era in effetti Mamma Cecchina? Francesca Picco, detta Mamma Cecchina da quanti la conoscevano e le volevano bene, conduceva una vita oscura, limitata all'ambiente del suo paese di mille anime.

Nata nel 1914, a tre anni era rimasta orfana di entrambi i genitori, sola e bisognosa di tutto, sulle prime era stata accolta dai nonni, quindi dagli zii, finché l’orfanotrofio non era diventata la sua casa. Adolescente era andata a servizio in città ma, scoppiata la guerra, rientrava al paese natale trovando lavoro nei capannoni diradati della Fiat, gli stessi che poco dopo sarebbero stati trasformati in caserme. Finita la guerra, mentre la Fiat tornava a Torino, lei diventava la portalettere del locale ufficio postale.

Piccola, minuta, d’animo mite e religiosissima, ancora sola al mondo e bisognosa di tutto, il borsone della posta a tracolla e la sua bici la conducevano per ogni dove finché, impietosita dalle miserrime condizioni della guarnigione militare e degli uomini che vi operavano, sceglieva di star vicina ai militari del presidio che, così cominciarono a chiamarla Mamma Cecchina.

Ben vista dai comandanti, che ne incoraggiavano tacitamente la presenza in un posto dove perfino il cappellano trovava pesante l’essere presente, lei portava ai nostri ragazzi, insieme con parole di fede, giornali cristiani e coroncine del rosario, piccoli doni utili quali fasciacolli, calze e guanti di lana e altro ancora, in ciò investendo fino all’ultimo soldo del suo misero stipendio. Né ufficiali e sottufficiali rimanevano esclusi dal suo beneficare, ché verso questi e le loro famiglie Mamma Cecchina poneva in atto pari attenzioni, toccandone il cuore nello stesso modo che con i soldati di leva.

Di quali manifestazioni d’affetto fosse ricambiata è impossibile descriverlo, mi piace - tuttavia - ricordare quella volta che un colonnello, sul punto di lasciare il comando, volle riuniti i cavalleggeri d’ogni ordine e grado per appuntarle sul petto l’aquila d’oro, simbolo del reggimento. Un altro, anni dopo, trovò naturale inviarla a proprie spese al pellegrinaggio militare di Lourdes.

Passavano così gli anni, i comandanti e i soldati, ma sentimenti e volti erano sempre gli stessi, tutti salvo uno, quello della Cecchina che si riempiva sempre più di rughe profonde sotto lo sforzo del pedalare per gli interminabili viali. Finché un giorno qualcuno ebbe a notarne l’assenza.

I cavalleggeri seguirono trepidanti il decorso di quel brutto male che per lungo tempo l'inchiodava in un letto d'ospedale e la sua morte, attesa e paventata da tutti, sparse ugualmente lo sconforto.

Non fiori, aveva detto poco prima di spirare. Chiedeva solo il Tricolore, ed i cavalleggeri in alta uniforme l'hanno issata sulle spalle, scortandola all'ultima dimora come fosse stata uno di loro; e al seguito della minuta bara, ancor più piccola sotto l’immenso drappo, c'era gran parte di quell’umanità che lei aveva beneficato.

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