Storie militari di gente comune

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Mi chiamo Castagna

di Andrea Santarossa

Nei primi anni Cinquanta, avrò avuto si e no quattro o cinque anni, di soldi in casa ce ne stavano pochi e benessere ancora meno; tuttavia, in estate mio padre riusciva a portare mia madre e me per una breve vacanza a Frisanco, un verde e fresco paesino di montagna nelle prealpi friulane. Ricordo soprattutto gli odori di quel paesino di poche anime, di contadini ed emigranti : odori forti di fieno, di stalla, di legno, di erba tagliata di fresco e di polenta. Odori che amo e che marcano le mie radici friulane.

Con il papà e la mamma facevamo lunghe passeggiate per le valli e i sentieri circostanti ma ciò che più attirava l'attenzione e la curiosità del bambino di allora erano gli squilli di tromba che provenivano da una valletta verde sottostante l'abitato di Frisanco. Credo fosse l'estate del 1951 e il 182° reggimento fanteria "Garibaldi" piantava lì le sue tende per il campo estivo. Era tutto un brulicare di mezzi e di soldati e io, fatalmente attratto, li osservavo dal limitare della stradina e avrei voluto imitarli, vestire come loro, stare in mezzo a loro. Tant'è che alla sera non mi addormentavo se non sentivo il trombettiere suonare il silenzio.

Il colonnello comandante del reggimento, con i suoi gradi fiammanti di robbio, usava nel tardo pomeriggio, accompagnato dal suo aiutante maggiore, sedersi in un tavolino del terrazzo dell'albergo "Alle Alpi"dove alloggiavamo per staccare un attimo e bere un aperitivo. Quell'albergo esiste ancora ed è rimasto quasi com'era nel 1951. Il comandante dall'uniforme piena di nastrini azzurri (che mio padre ben conosceva e dei quali mi aveva pazientemente spiegato il significato) si doveva essere accorto del bambinetto biondo che lo osservava insistentemente così che un pomeriggio mi salutò e mi disse: "Hei bello, vedo che ti piacciono i soldati, scommetto che ti farebbe piacere questa sera, con i tuoi genitori, essere ospite mio e del reggimento e goderti un bel filmetto all'aperto".

Non stavo più nella pelle e non aspettavo altro che il momento di entrare nel campo militare. Il colonnello fu perfetto ospite, ci fece accomodare in prima fila, vicino a lui e ai suoi ufficiali. Certamente non ricordo nulla del film ma ricordo tutto del cioccolato e del torrone che il comandante e i soldati mi avevano abbondantemente offerto.

Ma il il ricordo e l'emozione indimenticabile si riferiscono a dopo la visione del film. Mentre i miei genitori stavano conversando con il comandante del reggimento e altri ufficiali, un gruppo di soldati si avvicinò e iniziò a cantare, sommessamente prima e in un crescendo poi, una struggente canzone di guerra che parlava di Giarabub. Il colonnello smise di parlare e rimase immobile ad ascoltare questo canto.

Alla fine del canto, loquace e impertinente come già allora dimostravo di essere, chiesi al colonnello il perchè di un simile canto. Egli amorevolmente mi rispose: "Vedi, qualche anno fa stavo a Giarabub, ne ero il comandante. Mi chiamo Castagna”.

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