Storie militari di gente comune

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Un aiuto dal Cielo

di Luigi Chiavarelli

Da alcuni mesi i paracadutisti del 187° reggimento, aiutati dai fanti del 151° della Sassari e dalle guide del 19°, pattugliavano senza sosta le strade bosniache. Situazioni a rischio se n’erano verificate, ma fortunatamente il buonsenso, la fortuna, l’addestramento, il Padreterno avevano fatto in modo che non ci scappasse il morto. Il freddo era sempre intenso con punte notturne di meno venti e solo di rado un pallido sole veniva a riscaldare i corpi e soprattutto i cuori.

I giovani soldati presidiavano i passaggi obbligati o giravano in pattuglia dall’alba al tramonto, a piedi, sui VM o sui possenti Centauro nel tentativo di proteggere la popolazione e di impedire che nuclei di estremisti, sia serbi che mussulmani, riuscissero a incrinare quella fragile pace che gli accordi di Dayton avevano imposto. Naturalmente non c’era libera uscita nella Sarajevo di quel gelido inverno del ’96 e chi smontava di servizio sonnecchiava in branda o cercava un po’ di svago in quella specie di piccolo bar molto spartano, ricavato in alcune aule semi distrutte della ex Scuola di polizia dove alloggiavamo. Anche la mancanza di donne si faceva sentire e se la sentivo io che ero il comandante e avevo 46 anni figuriamoci sani e robusti giovani paracadutisti che di anni ne avevano meno della metà.

La tensione era piuttosto alta e la stanchezza, soprattutto psicologica, cominciava a pesare. Qualche screzio, qualche spintone, qualche urlaccio fuori posto tra commilitoni, testimoniavano che il nervosismo stava crescendo e stanchezza, nervosismo e armi cariche possono formare una miscela esplosiva di estrema pericolosità. Fortunatamente la disciplina era saldissima e si era ben lontani dal livello di guardia.

In questo clima, già da qualche giorno mi erano giunte voci di un certo malessere nell’ambito di una compagnia fucilieri. Un giovane siciliano alto e vigoroso, buon paracadutista, considerato un duro, stava ostentando il suo ateismo e non si lasciava sfuggire occasione per bestemmiare la Santa Madre di Dio e offendere sprezzante alcuni colleghi credenti che presso la branda tenevano immagini della Madonna, piccoli crocifissi o santini.

Ovviamente lasciai che i diretti comandanti se la sbrogliassero da soli e seguii la situazione da lontano senza darlo a vedere. I comandanti però non trovarono argomenti efficaci per risolvere la situazione e anche alcuni decisi interventi disciplinari non sortirono alcun effetto. A quel punto, prima che quell’atteggiamento indisponente e blasfemo facesse scoccare qualche pericolosissima scintilla feci chiamare il giovane siculo. Tuttavia ero molto perplesso perché, conoscendo il giovane, dubitavo che potessero essere efficaci le collaudate tecniche dettate dall’esperienza di tanti anni di comando.

Avrei potuto fare il duro, ‘cazziarlo’ rudemente e impartirgli una pesante punizione, ma così si sarebbe ancor più chiuso nel suo guscio, si sarebbe sentito un martire, la sua rabbia e il suo senso di presunta superiorità sarebbero aumentati. Forse avrei temporaneamente risolto la situazione ma al prezzo della perdita spirituale del giovane che per altri versi aveva spiccate qualità militari e umane.

Avrei potuto essere paterno e comprensivo, fidare sul suo senso di responsabilità, fargli una ramanzina e dargli la possibilità di rimediare alle offese, ma ero certo che mi avrebbe considerato un debole, incapace di affrontare con decisione una situazione fuori dagli schemi usuali. Si sarebbe sentito un piccolo padreterno indomabile che aveva fatto scendere a patti persino il suo comandante di reggimento.

Gli impegni continui mi impedirono di prepararmi all’incontro come avrei voluto e quando l’aiutante maggiore mi avvertì che il paracadutista era fuori della porta come avevo ordinato, fui preso quasi alla sprovvista. “E ora cosa gli dico?” pensai. Poi feci un altro pensiero “Signore aiutami”.

Dopo pochi istanti il giovane era davanti a me. Dopo un’energica battuta del piede destro a terra, irrigidito in una perfetta posizione di attenti, il mento ben proteso verso l’alto, scandì a voce stentorea grado, nome, cognome, compagnia, incarico, concludendo la tiritera con un tonante “comandi!” come prevedeva il regolamento. Anch’io mi misi sull’attenti rispondendo al suo impeccabile saluto poi gli dissi di ‘stare comodo’, cioè di assumere la posizione di ‘riposo’, cosa che fece con scatto marziale facendo vibrare il pavimento.

A quel punto la ‘palla’ era tornata a me. Ci fu un lungo istante di silenzio mentre il paracadutista, per nulla intimorito, anzi con un’ombra ironica in fondo allo sguardo, mi fissava come per sfida con i suoi occhi nerissimi.

“Come sta quella puttana di tua madre?”

Queste furono le parole che con tono deciso mi sentii pronunciare. Sì, dico “mi sentii” perché scaturirono dalla mia bocca quasi magicamente. La mia mente si schiarì all’istante e seppi esattamente cosa dire e fare.

A quelle parole oltraggiose il giovane divenne rosso in viso, cominciò a tremare mentre un’ira incontenibile stava chiaramente invadendogli le facoltà intellettive e rischiava di travolgere ogni remora disciplinare. Prima che succedesse l’irreparabile aggiunsi: “ Calmati, ti chiedo scusa, non volevo offenderti. La mamma è sacra e la tua reazione è comprensibile. Ma allora perché tu offendi la mia di madre e quella dei tuoi colleghi credenti? La Madonna è nostra Madre”.

Il soldato fece un sobbalzo come se gli avessi dato un ceffone, il colore divenne terreo. Aggrottando la fronte si mise in una posizione militarmente scorretta: a braccia conserte appoggiò il mento sulla mano destra assumendo un atteggiamento pensoso. Aggrottando la fronte disse a bassa voce “Mi ha fregato”.

“Ora puoi tornare nella tua camerata. Non ho altro da dirti.”

Si riscosse, tornò a essere un perfetto paracadutista, scattò sull’attenti, fece un impeccabile dietro-front e uscì ad ampie falcate.

Gli episodi di intolleranza finirono. I credenti non vennero più offesi. Seppi che il giovane si era isolato ancora di più trascorrendo lunghi momenti a pensare disteso sulla branda.

“Comandante, ma cosa gli ha detto? Non sembra più lo stesso” mi chiese il capitano comandante della compagnia. “E’ un segreto mio caro. Un segreto fra me, il paracadutista e… il Padreterno”.

Venne il Natale. Un gelido Natale bosniaco con tanta Neve. La messa di mezzanotte fu celebrata dal vescovo Ordinario militare nella grande sala mensa, unico ambiente ben riscaldato, trasformata in Chiesa. L’affluenza fu massiccia. Un gruppo di soldati sardi accompagnarono il sacro rito con struggenti canti nel loro dialetto. Si cresimarono 47 paracadutisti. Mai Natale fu più sentito di quello. La nostalgia della casa lontana, gli orrori della guerra che ci attendevano subito fuori della porta, la neve che scendeva silenziosa coprendo ogni bruttura, quei canti che facevano vibrare le corde più profonde dei nostri cuori stanchi creavano un’atmosfera magica. Il messaggio di Cristo risuonava chiaro e forte in mezzo a quelle miserie umane. Tutti eravamo commossi e profondamente coinvolti.

In fondo alla sala, alle spalle dei suoi compagni, in un angolo buio quasi a nascondersi, scorsi il giovane siciliano. Mi parve che il suo volto avesse perso ogni traccia di tracotanza. Aveva gli occhi lucidi.

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