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| Storie militari di gente comune | |
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Il sindaco serbo chinò il capo, perso nei suoi pensieri. Poi guardò la campagna dall’ampia finestra del suo ufficio di Visegrad. La sua mente era lontana a inseguire immagini del passato. Si volse verso il Generale e disse: “Ho combattuto. Ho fatto quello che credevo giusto. Manco da Sarajevo da quattro anni. Lì avevo la mia casa prima della guerra. Avevo giurato di non metterci più piede… ma accetto l’invito. Mi fido della brigata italiana”. Il Generale fece un ampio sorriso e assentì con il capo, visibilmente compiaciuto. “E uno – pensò - il primo passo è fatto”.
L’idea era maturata per caso qualche giorno prima, più per una strana, improvvisa ispirazione che per un meditato disegno operativo. Il generale Lang, comandante francese della divisione Salamandre, aveva convocato nella sala operativa di Mostar i tre generali (italiano, spagnolo, tedesco) comandanti delle brigate multinazionali da lui dipendenti. Il generale Lang era un ottimo comandante, cortese e signorile, un vero soldato, proveniente dalle truppe da sbarco. Dopo l’illustrazione della situazione che faceva ben sperare per il futuro, manifestò il vero motivo della convocazione. Sì, sembrava che tutto andasse bene. Gli attentati si erano molto diradati. Quasi tutte le bande operanti sui monti si erano arrese e avevano consegnato le armi alle forze della coalizione. Nelle principali città la vita stava riprendendo. Si era iniziato a ricostruire. Molti profughi erano riusciti a tornare alle proprie case o a quello che ne restava. Ma questa era solo la facciata. Lo Stato bosniaco, imposto con la forza dall’Onu, in realtà non esisteva. La Inter-Entity Boundary Line, la linea virtuale tracciata due anni prima per separare temporaneamente l’entità serba a nord da quella mussulmana e croata a sud, era divenuta un vero e proprio confine che spaccava in due la Bosnia. Chiunque l’avesse superato rischiava di essere ucciso dal gruppo rivale. I corpi di non pochi mussulmani sgozzati dai Serbi erano stati visti galleggiare nella Drina o nella Miljacka, il fiume che attraversa Sarajevo. Famiglie serbe erano state fatte saltare in aria con le loro case quando avevano cercato di farvi ritorno. L’odio reciproco era ancora fortissimo, le piaghe della guerra erano ancora aperte e non sembrava possibile alcun dialogo tra le fazioni. Anche le forze della coalizione non erano ben viste da tutti. Erano percepite da molti come occupanti e non pochi gruppuscoli meditavano la vendetta o perlomeno di mettere in seria difficoltà la coalizione per impedire la stabilizzazione, riprendere la lotta e imporre la loro pace. Il generale Lang era molto preoccupato perché sembrava una situazione senza uscita. “Signori, vi prego di fare ogni sforzo per far dialogare le varie parti, farle sedere attorno a un tavolo. Ora andate pure e tenetemi costantemente informato”. Tutti i comandanti di brigata tornarono ai loro elicotteri, silenziosi e immersi nei propri pensieri. Mentre volava nella notte di pece, il generale italiano pensava, pensava, cullato dal flappeggio dei rotori del vecchio ma solido AB-205. Fu allora che un’idea cominciò a prendere forma nella sua mente. Durante le visite ai 16 sindaci della sua area di responsabilità, metà serba e metà mussulmana, ne aveva percepito la sincera voglia di pace. Erano tutti padri di famiglia, uomini di buon senso ma aveva anche chiaramente compreso il loro timore di fare il primo passo verso la riconciliazione. Forse l’opinione pubblica, ancora frastornata dall’odio, non avrebbe capito. Avrebbe potuto considerare un segno di debolezza quel primo gesto di pace del loro rappresentante o, peggio, avrebbero potuto considerarlo un traditore e ucciderlo. Forse avrebbe suscitato più rancori che speranze. Il Generale sentiva che ci voleva qualcosa, un evento che abbattesse l’ultimo diaframma perché quegli uomini di buona volontà si potessero finalmente guardare negli occhi e riconoscersi, nonostante tutto, fratelli, figli dello stesso Padre, si chiamasse Dio o Allah. Così l’idea prese lentamente forma. Perché non poteva essere lui a creare quell’evento? Poteva indire una riunione o una conferenza che li riunisse tutti… no, meglio un pranzo, un bel pranzo in terreno neutrale, presso la brigata italiana (°), nel cuore di Sarajevo. Più ci pensava, più l’idea gli piaceva e sentì che l’adrenalina cominciava a irrorargli il sangue. Mentalmente iniziò a fare una lista delle cose da fare e sorrise al pensiero della faccia che avrebbe fatto il suo ottimo capo di stato maggiore quando gli avrebbe dato la notizia. La notte sembrava ora meno buia al Generale. In realtà, all’orizzonte già s’intravvedeva il chiarore diffuso della capitale, Sarajevo. Il giovane capo di stato maggiore lo stava aspettando all’eliporto e si avvide subito, con una certa preoccupazione, che nello sguardo del suo comandante ardeva una luce strana. Salutò impeccabilmente il Generale che ricambio il saluto e gli strinse la mano. “Ci sono novità Federico?”. “Nulla di particolare, comandante, routine. C’è un po’ di carta da firmare ma se vuole può rimandare benissimo a domattina”. “Molto bene allora te la do io qualche novità”. Così il Generale raccontò quale era stato l’argomento della riunione, le preoccupazioni del generale Lang e il compito ricevuto di trovare una soluzione all’incomunicabilità tra le fazioni. “Durante il volo mi è venuta un’idea. Inviteremo a pranzo tutti i sindaci della nostra area di responsabilità e a colpi di tortellini e lasagne li costringeremo a dialogare”. Il capo di stato maggiore rimase impassibile, ma cercava di capire se il suo comandante non fosse stato per caso colpito da un eccesso di vino francese. No, purtroppo era sobrio e sembrava dicesse sul serio. “Porca miseria, pensò, ci mancava anche questa con tutto quello che c’è da fare”. Così ebbe inizio l’operazione che il Generale volle chiamare, con una punta d’ironia sdrammatizzante, “Girarrosto” tradotto “Tournebroche” nei documenti compilati per il comando francese. In realtà l’operazione non era affatto esente da rischi. Mettere insieme per la prima volta ex nemici che portavano ben vivi nella carne e nell’animo i segni di una delle guerre più terribili del Ventesimo secolo avrebbe potuto alimentare l’odio e non lo spirito di collaborazione; il pranzo avrebbe potuto costituire un’ulteriore fonte di divisione anziché di pace. Né era da sottovalutare l’ipotesi che gruppi estremisti cogliessero l’occasione per infliggere un colpo mortale alle forze multinazionali mediante un attentato che ne dimostrasse l’inefficienza e la debolezza e alimentasse l’odio tra le parti. C’era il rischio che un fallimento cruento dell’iniziativa italiana cancellasse i risultati di tre anni di sforzi, rischi e duro lavoro dell’intera coalizione. Ecco perché bisognava fare presto e in assoluta segretezza. Solo il generale Lang venne informato e fu entusiasta dell’idea. Già dal giorno successivo il generale italiano andò a trovare tutti i sindaci della sua giurisdizione. I più vicini in macchina, i più lontani in elicottero. Riscontrò sorpresa, perplessità, timore. Erano timorosi soprattutto i sindaci dell’area serba perché il comando italiano era a Sarajevo, in territorio mussulmano e sapevano cosa questo voleva dire: morte quasi certa. Ma la stima che gli italiani si erano così faticosamente conquistata in quegli anni di duro lavoro in Bosnia fece il miracolo. A uno a uno i 16 sindaci, 7 mussulmani e 9 serbi, accettarono l’invito mettendo le loro vite nelle mani dei soldati italiani. L’operazione venne affrontata con tutti i crismi di un’operazione militare, nulla venne lasciato al caso. Trasporti, comunicazioni, sicurezza, scorte, nuclei di pronto intervento, antisniper, nuclei di bonifica ordigni esplosivi, nuclei medici, elicotteri pronti a partire in ogni momento eccetera Venne approntato anche un grande tavolo quadrato perché durante il pranzo non vi fossero posti privilegiati. La pianta dei posti a tavola venne attentamente studiata e discussa. Serbi e mussulmani vennero alternati affinché potessero dialogare ma fra loro venne messo un ufficiale o un sottufficiale italiano a fare da ponte o, nel peggiore dei casi, da schermo. Fuori della sala quattro robusti carabinieri paracadutisti avrebbero stazionato in uniforme anti sommossa pronti a intervenire se l’incontro fosse degenerato. Il giorno prima dell’operazione il Generale parlò a tutto il personale. Spiegò che ciò che stavano per fare avrebbe costituito un grosso passo avanti verso la pace. Descrisse i pericoli senza reticenze. Sottolineò come fosse un dovere imperativo proteggere a ogni costo quegli uomini che affidavano a loro la vita e come fosse indispensabile l’assoluta riservatezza su quanto stava per accadere. Conosceva bene i suoi soldati e quegli sguardi attenti e fieri gli trasmettevano un solo messaggio: “Comandante non abbia timore, difenderemo quegli uomini a costo delle nostre vite”. La sera prima del gran giorno pioveva a dirotto, nubi basse avvolgevano le cime delle montagne, faceva freddo e la visibilità era pressoché nulla. In quelle condizioni gli elicotteri non sarebbero potuti andare in volo e i sindaci più lontani avrebbero dovuto sobbarcarsi un lungo viaggio a bordo dei mezzi blindati facendo aumentare in maniera esponenziale i rischi di un attentato. Soldati italiani infreddoliti scrutavano con preoccupazione il cielo livido. “Il tempo non ci è amico” pensavano ma non osavano trarre da questo funesti presagi. Anche il Generale scrutava il cielo con lo stomaco contratto. Ormai tutto era stato organizzato. Non restava che una cosa da fare: pregare. E lo fece con particolare intensità. E venne il giorno fatidico: 30 agosto 1998, accolto da un’alba radiosa di sole. Gli elicotteri decollarono in perfetto orario. I nuclei motorizzati, partiti da tempo, avevano dato impeccabili rapporti di posizione. Tutto funzionava come un perfetto meccanismo ben oliato. Anche i cucinieri militari, arma strategica dell’operazione, stavano operando da tempo ben consci della loro responsabilità. La sala operativa seguiva passo passo le attività informandone il Comandante, che ora poteva solo aspettare ostentando una serenità e una sicurezza che in realtà era ben lungi dall’avere. Alle 11,30 i sindaci cominciarono ad arrivare attesi dal Generale all’ingresso della palazzina comando. Grandi sorrisi, calorose strette di mano. Quasi tutti portarono regali: bottiglie di rakja, dolci locali, fiori. Arrivarono tutti e sedici con assoluta puntualità. Venne offerto un aperitivo in una saletta presso l’ingresso ma appena entrati sindaci vedevano gli antichi nemici e le mascelle si serravano, i volti si incupivano, l’atmosfera divenne gelida. Si formarono due gruppi, i serbi da una parte i mussulmani dall’altra. Il Generale tentò qualche battuta per riscaldare l’ambiente ma caddero tutte in un vuoto glaciale e imbarazzato. Poi arrivò il maresciallo addetto alla mensa: “Comandante, se si vuole accomodare, il pranzo è pronto”. Tutti presero posto attorno al grande tavolo. Il Comandante augurò il buon appetito e iniziò l’attacco all’abbondante e profumato antipasto all’italiana. Soldati in livrea da cameriere mescevano con perizia il meglio dell’enologia italiana. Arrivarono le squisite lasagne seguite da ottimi tortellini; insomma il pranzo procedette nel migliore dei modi. A poco a poco il vino italiano solleticava i cuori, anche dei mussulmani. L’atmosfera andò riscaldandosi piacevolmente. I sindaci cominciarono a parlare tra loro indipendentemente dall’appartenenza etnica. Cominciò a sentirsi qualche risata. Fu un trionfo. A fine pasto, al momento dei brindisi si alzò il più anziano dei mussulmani, un chirurgo di Sarajevo. In inglese e in serbo brindò alla pace, all’amicizia e alla concordia. Subito dopo si alzò il sindaco serbo di Pale, che auspicò di dimenticare il passato per garantire a tutti i figli un futuro di serenità e di pace. Entrambi ringraziarono calorosamente gli italiani per avere creato quella storica occasione d’incontro. Mentre i due sindaci si abbracciavano, le due traduttrici, Dragana serba e Kanita mussulmana, che il Generale aveva voluto alla sua destra e alla sua sinistra, singhiozzavano senza ritegno, prese da un’indicibile emozione. Il Generale chiuse l’incontro con calde, sentite parole di amicizia e di fiducia nel futuro. Regalò a tutti una medaglia con il simbolo della brigata italiana e la foto di gruppo scattata prima del pranzo, sviluppata e stampata a tempo di record dal nucleo pubblica informazione e posta in un elegante astuccio. Quando l’ultimo elicottero sparì all’orizzonte, un boato si levò dagli uffici, dai cortili, dai posti di guardia, dalle officine, dalle camerate, dalle mense. Era un grido spontaneo di gioia, di soddisfazione e di orgoglio. Tutti erano consapevoli di aver partecipato a un piccolo, piccolissimo pezzo di Storia di cui sarebbero stati fieri per tutta la vita.
Appendice Per puro caso si trovava di passaggio al comando della brigata multinazionale Nord, il giornalista Rai Ennio Remondino, che con la sua troupe filmò l’evento e nello stesso pomeriggio inviò in Italia il relativo servizio. La sera tutti e tre i telegiornali delle reti Rai lo trasmisero. Remondino usò le espressioni: “La Dayton italiana… un piccolo miracolo dei nostri soldati”. Il generale Lang, entusiasta, venne al comando italiano per complimentarsi personalmente. Nel giornalino della coalizione venne data ampia visibilità all’evento. Lo stato maggiore dell’Esercito cicchettò il Generale per non essere stato avvertito preventivamente. Il capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Guido Venturoni, telefonò personalmente al Generale italiano e si congratulò con calore. La rappresentante dell’Ansa a Sarajevo tenne il broncio per un mese perché non era stata avvisata prima dello “storico evento”. Il sindaco di Sarajevo si recò dal Generale per manifestargli la sua intenzione di chiamare 'Italia' una piazza della città.
(°) In realtà si trattava della brigata multinazionale Nord, considerata brigata italiana perché italiani erano il comandante, il comando e l’ossatura principale costituita dalla brigata Friuli, all’epoca ancora meccanizzata e da altre unità italiane in rinforzo: (incursori del Col Moschin, Lagunari, 19° Guide, 1° carabinieri paracadutisti Tuscania, 1° genio ferrovieri, genieri del Boe, 49° Aves, 11° artiglieria, 11° trasmissioni, 9° reggimento di guerra elettronica). La multinazionalità era data dalla presenza di un reggimento egiziano, di uno portoghese e da nuclei francesi.
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