Storie militari di gente comune

Cerca in PdD


Con l’Ottavo in Bosnia (novembre 2001-marzo 2004)

di Giovanni Punzo

Della naja alpina esiste un’immagine un po’ spavalda e qualche volta un tantino furbesca. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti, ma alcune caratteristiche peculiari non credo siano mai andate perdute, forse perché radicate in parte nel carattere nazionale. L’arte antica del sapersela cavare con disinvoltura, di inventare una soluzione originale uscendo da una situazione imbarazzante quasi con innata eleganza – anche se magari talvolta con un doppio carpiato –, ricompare insomma abbastanza spesso.

A Sarajevo, nell’inverno dal 2001 al 2002, l’Ottavo Alpini se la cavò molto bene, a dispetto delle condizioni ambientali incredibilmente difficili e di qualche momento di tensione esterna per la situazione della Bosnia. A tutti, nel periodo di servizio in Italia, sarà infatti capitata una nevicata eccezionale, ma in Bosnia ne cadeva almeno una alla settimana e ogni volta non erano mai meno di venti centimetri. Non c’erano mezzi pubblici per lo sgombero della neve e anche brevi tratti di strada trasformavano qualunque servizio in apparenza tranquillo in una piccola odissea. Immaginatevi le pattuglie a piedi che andavano fin nelle contrade più remote.

Quanto agli episodi esterni la tensione – che si esprimeva nel cosiddetto ‘livello di allerta’ – era quella che la Nato aveva ereditato dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 e qualche momento di nervosismo non mancò. Basti pensare a una volta che arrivò la notizia della scoperta di ‘materiale nucleare’ che poi si rivelò tutt’altro… o quando un collega (richiamato anche lui!) fu mandato a cercare i mujahidin su per i bricchi.

Più divertenti erano i contatti con le altre forze armate del contingente Nato che, oltre a italiani, comprendeva francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, inglesi e americani sparsi un po’ in tutta la Bosnia. La divisone Salamandra, di cui faceva parte l’Italian Battle Group costituito dall’Ottavo alpini, era composta principalmente da francesi, tedeschi, spagnoli e italiani. I rapporti si potevano definire in generale molto buoni: in tutti prevaleva una sana curiosità nei confronti dei vicini e, poiché una parte delle nostre attività si svolgeva spesso con militari stranieri, si riscontravano facilmente quelle differenze caratteriali cui ho accennato sopra.

Noi in particolare eravamo sempre disponibili e pronti a collaborare con la popolazione locale e francamente lo erano anche i tedeschi, gli altri. Personalmente devo anche precisare che ho sempre avuto un ottimo rapporto con questi ultimi, privilegiato forse dal fatto che, nato in Germania, parlo un ragionevole tedesco: non sono mai ricorso ai funanbolici equilibrismi di due persone che parlano tra loro convinte di usare la stessa lingua, ignorandola però allo stesso modo. Il riferimento è ovviamente all’inglese ‘internazionale’ e all’abitudine comune di tradurre in modo letterale espressioni tipiche: posso assicurare che mi è capitato di sentire con le mie orecchie “Don’t you enlarge…”, che sarebbe stata poi la traduzione di “non t’allargà” e gli esempi potrebbero continuare.

* * *

Il caffè ‘alla turca’

Per parecchi mesi, assieme ad altri alpini dell’Ottavo, il mio lavoro consisté nel verificare presenza e condizioni di vita di profughi che avevano fatto ritorno in Bosnia dopo la guerra e – dove possibile – recare un minimo di aiuto immediato o indirizzare meglio quello altrui. Dato che è costume inveterato dei militari dare un nome a tutte le operazioni, avevamo denominato «Manto di San Martino» tutte queste attività riferendoci proprio al taglio del mantello del centurione romano: nonostante slancio e buona volontà mancava però di tutto e il nostro mantello risultava alla fine sempre troppo corto per subire un ennesimo taglio.

L’unica cosa che in certe situazioni abbondava – e ci stupiva – era un certo ottimismo della gente che, pur con risorse scarsissime e in mezzo a difficoltà di ogni genere, si apprestava comunque a ricostruire, per prima cosa soprattutto la casa e l’ambiente familiare. Erano veri e propri miracoli dell’ingegno quelli che vedevamo in certe case e ricordo di aver pensato tante volte alla popolazione delle nostre vallate alpine e alla incredibile capacità di trasformare rottami di ogni tipo in materiali da costruzione. Era una smentita solenne del pregiudizio occidentale sul neghittoso pessimismo balcanico e un gradevole augurio di serenità, per quanto ancora tutta da conquistare.

Sottrarsi all’ospitalità di queste persone in quei pochi attimi durante le visite nei villaggi o nelle case isolate (o anche nei pochi campi profughi che purtroppo erano rimasti a quasi cinque anni dalla fine della guerra) era praticamente impossibile. Temevamo di apparire troppo distaccati – mentre in realtà eravamo spesso fin troppo coinvolti emotivamente –, di manifestare un atteggiamento da estranei o da ‘colonizzatori bianchi’ e ben sapevamo quanto fosse importante saper ricevere nel modo appropriato i piccoli segni di questa generosa ospitalità. La sera noi tornavamo in basi ben fornite, dove addirittura inglesi o americani si recavano ad acquistare quantità indescrivibili di prodotti alimentari italiani, e apprezzavamo quindi il valore di quei piccoli dolci o della tazzina di caffè ‘alla turca’ che ci venivano offerti.

Fu proprio il caffè ad attirare maggior attenzione perché la più parte di noi non aveva mai riflettuto abbastanza sul significato e sul valore di quella tazzina, ma anche sulla sua origine e sulla misteriosa preparazione. Non si trattava della bevanda anonima consumata frettolosamente al bancone di un bar per pochi spiccioli, ma di un vero e proprio rituale della cultura balcanica, da annoverarsi per di più tra i pochi inter-etnici e cioè che non costituiva affatto un momento di divisione, al contrario. A parte forse il sottoscritto, nessuno aveva poi mai avuto il minimo sentore che ‘un caffè’ potesse essere preparato anche in quella maniera. La mia generazione infatti è quella che ricorda il macina-caffè in cucina usato ancora dalla nonna con parsimonia, ma per gli altri era ben diverso. Quando per gli avvicendamenti del servizio si accompagnava una persona nuova nell’incarico le spiegazioni non servivano, anche perché la parte protocollare delle visite era ridotta a una scarna presentazione e alle domande di rito. Il nuovo arrivato stava a guardare e cercava di imparare da noi, anche se talvolta, senza essere per questo maestri esigenti o severi, adottavamo delle tecniche strane ma efficaci per l’assimilazione rapida.

Un sommesso acciottolio di stoviglie proveniente dalla cucina e un cenno sorridente dell’interprete annunciavano che il caffè avrebbe determinato la svolta dell’incontro, il successo della visita, non solo il gradimento di quegli stranieri in divisa, ma una manifestazione di simpatia e qualche volta di gratitudine. A questo punto, con occhiate complici di sottecchi, attendevamo che fosse il nostro nuovo arrivato a prendere in mano per primo la tazzina. La polvere di caffè si deposita lentamente sul fondo e bere senza attendere è piuttosto pericoloso.. Alcuni di quegli sguardi disperati, dopo aver avuto in bocca sino al palato una sorsata di sabbia bollente zuccheratissima, furono indimenticabili. Era una sorta di iniziazione riservata ai nuovi adepti che imparavano a fare quello che facevamo noi: attendevano tranquillamente che la polvere si depositasse scambiandoci quattro chiacchiere, mentre cercavamo di capire quali altri problemi ci fossero in quelle minuscole cucine con il pavimento in cemento e poche piastrelle ancora impacchettate in un angolo. Cercavamo di venire a capo di qualcosa tra quello che non veniva detto o tradotto; utilizzavamo il rito del caffè ‘alla turca’ a modo nostro e diventava alla fine una specie di ‘iniziazione alpina’ anche per i nuovi arrivati.

* * *

Gli ‘alleati’ germanici

I tedeschi, nella loro base di Rajlovac, a pochi minuti in auto da Sarajevo, avevano un magazzino pieno di abiti, mobili e altri oggetti usati – quanto perfettamente riutilizzabili – da far invidia a qualunque ONG. Avevo imparato, prima di tornare in certi villaggi tra i più sperduti, a recarmi presso la loro sezione CiMiC (Civil-Military Cooperation), accompagnato da qualche pacco di spaghetti o da bottiglie di vino rosso che dichiaravo spudoratamente essere Chianti, a dispetto dell’etichetta e soprattutto del contenuto (spero di essere perdonato, ma in fondo lo facevo a fin di bene): senza mezzi termini ammetto che si trattava dell’arte del baratto, ma d’altra parte la quantità di materiali a loro disposizione era molto superiore alla capacità di distribuirli, mentre per noi era esattamente l’opposto.

Il loro sottufficiale addetto al magazzino una volta mi aveva semplicemente stupito. Cercavo indumenti per neonati per una famiglia rom nei pressi di Rogatica in gravi difficoltà. ‘Gravi difficoltà’ va inteso nel senso ‘balcanico’, perché nei nostri parametri standard si sarebbe dovuto dire semplicemente ‘tragico’. La richiesta era fuori dal comune e il buon maresciallo dopo aver riflettutto un attimo mi chiese se il neonato fosse maschio o femmina. Dopo una frazione di secondo, giusto il tempo di escludere che mi stesse prendendo per i fondelli, mi accompagnò orgoglioso davanti a un armadio in fondo al magazzino, aprì le ante con la solennità di un caveau della Deutsche Bank e mi fece vedere due file ordinate – e soprattutto rigorosamente separate! – di abitini rosa e celesti.

Quella volta la sorpresa fu mia, ma in un'altra occasione a restare a bocca aperta furono invece gli alleati germanici e, senza falsa modestia, fu un colpo magistrale. La nostra AoR (Area of Responsability) confinava con quella tedesca in un tratto della città di Sarajevo. Stabilire dei limiti esatti era molto importante soprattutto per coordinare l’attività delle pattuglie. Un giorno arrivò la richiesta ufficiale di un incontro per verificare le delimitazioni e si faceva riferimento a una certa carta topografica Nato con tanto di codice, coordinate e official borders: insomma un documento importate e soprattutto considerato ‘riservato’. Fare insomma come un certo sottotenente di cui non ricordo il nome, che comprò la carta turistica della val Pusteria in cartoleria spacciandola poi per quella dell’IGM, era escluso a priori.

Il nostro ufficiale alle operazioni aveva trovato in archivio tutti i messaggi relativi, ma solo la carta non saltava fuori. Mancavano meno di dodici ore all’incontro e mi mandarono a chiamare al comando. Dovevo andare dai tedeschi a cercarla, magari farmene fare una fotocopia e tornare. Io seguii una trafila meno ufficiale: andai dal mio amico del magazzino pieno di ogni ben di Dio e gli esposi il caso. «Non ti proccupare», rispose. «Il collega della sezione cartografica del battaglione è un amico e adesso andiamo subito a trovarlo insieme». Due ore dopo la carta ancora con le pieghe originali era da noi e, come prevedeva il regolamento per i materiali ‘riservati’, fu appesa alla parete coperta da una tendina scorrevole.

Il giorno successivo l’incontro fu brevissimo. Due tenenti colonnelli tedeschi arrivarono a discutere la questione con pacchi di documenti che avevamo anche noi. Quando fu tirata come un sipario la tendina e apparve la carta con le bandierine e i segni tracciati sul lucido sovrapposto, uno dei due sgranò gli occhi. Gli zigomi si imporporarono leggermente e la mandibola si contrasse, ma poi tornò l’austero sorriso di circostanza prussiano, fatto con il volto ma con gli occhi che restano impassibili. Si alzò dal tavolo, mormorò un paio di volte «Ausgezeichnet!» (perfetto) e sorrise di nuovo come avesse appena avuto un’apparizione soprannaturale. Non lo notai solo io, ma tutti ebbero l’impressione che con i polpastrelli l’avesse addirittura sfiorata con desiderio quasi libidinoso. Alla fine li accompagnai all’uscita e dandomi la mano l’altro mi disse sottovoce: «Ottimo lavoro. Pensi che quella carta non l’abbiamo nemmeno noi».

Salutai in maniera inappuntabile come fossi ancora nel cortile della Battisti di Aosta* e, mentre la loro jeep si allontava invece dal cortile della caserma Tito di Sarajevo, vidi lo sguardo ironico di Paolo Monelli che mi sorrideva dietro il suo monocolo.

* La scuola Auc degli alpini, detestata e amata, ma sempre ricordata da tutti.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM